12 agosto 2017. “Terre di laghi” – 4 passi per le Alpi tour

12 agosto 2017. “Terre di laghi”

Tappa 7: Chiavenna (SO) (325m s.l.m.) – Luino (VA) (200 m s.l.m.). Distanza 110 km.

Sapendo quanto ci vuole in Macchina da Luino a Chiavenna, mi rendo conto che sarà lunga. Ma iniziamo tardi perché passiamo al birrificio Spluga di Chiavenna a salutare il proprietario che Cits conosce in quanto grande frequentatore e amante del prodotto locale. Chiacchieriamo a lungo, ma niente birra, solo caffè! Poi siamo pronti per coprire questa tappa che inizialmente viaggia bella filata lungo la ciclabile che da Chiavenna, anzi Gordona, ci porta fino al lago di Mezzola.

Oltrepassato il cosiddetto “pian di Spagna”, ovvero una bella area umida che divide il lago di Mezzola dal lago di Como, iniziamo a pedalare lungo il lato occidentale del Lario. Attraversiamo i bei paesi rivieraschi quando, a Gravedona ad un semaforo, incrociamo il Bets, il compagno di banco storico di Cits ai tempi del liceo. I due si erano sentiti, ma non di certo si erano dati appuntamento in prossimità di Gravedona, a pochi passi da casa della mamma di Bets. Questa coincidenza astrale si condensa in una pausa caffè a casa della Bets-mamma con una splendida vista lago.

Riprendiamo la pedalata e scopriamo tanti begli scorci lungo la vecchia Strada Regina, ormai in disuso se non per i ciclisti. Raggiungiamo Menaggio ed è il momento di salire i tornanti verso Porlezza e valicare un altro spartiacque. Con somma sorpresa, c’è un pista ciclabile meravigliosa che inizia inaspettatamente ad un tornante e sale fra boschi lontano dal traffico. Continuiamo il tragitto ciclabile veramente ben fatto fino a Porlezza e ci buttiamo su strada.

Arriviamo ad attraversare nuovamente il confine Italia – Svizzera a Gandria, dove ci mangiamo la salita con nonchalance fino ad arrivare a Lugano. In città ci fermiamo a riempire le borracce, Cits girandosi trova un volto familiare: “Uè ciao, che ci fai tu qua?”. È Federico Morlacchi, atleta di nuoto paraolimpico nonché concittadino di Luino. Ma come diavolo si conoscono, ma soprattutto, quante possibilità ci sono di incontrarsi lontano dal contesto delle piscine milanesi mentre fai un tour in bicicletta? Spiegati i misteri, salutiamo il campione augurandogli il meglio per i prossimi mondiali mentre noi continuiamo attraversando Lugano.

“Questa è l’ultima salita” è un ritornello ripetuto troppe volte da qui fino a Luino. Ma ormai il traguardo è vicino, e l’aria dei posti che conosco a memoria mi galvanizza dandomi lo sprint per gli ultimi kilometri. Alle 17:30 arriviamo a Luino a casa Sai e il comitato di accoglienza è tanto caloroso quanto numeroso: fratelli, cognate/i e nipoti riempiono la casa e il tutto non può che terminare con una sonora mangiata. Come ho fatto io per portare la bici a Milano, Cits chiuderà l’anello tornando all’ombra della Madunina lungo il Verbano, il Ticino e il Naviglio Grande, mentre io mi potrò finalmente riposare dopo questa felice fatica.

 

Abbiamo: percorso 590 km in una settimana, coperto un dislivello totale di circa 8000 metri a salire e altrettanti a scendere (secondo Google), valicato 4 passi (Mortirolo, Stelvio, Resia, Maloja) più altri due (Martina e da Porlezza a Menaggio), incrociato importanti fiumi (Adda, Serio, Oglio, Adige, Inn, Mera), dormito ospiti per 3 volte, 2 notti in tenda e in altrettante in strutture alberghiere, bruciato migliaia di calorie e ingerite il doppio, conosciuto nuove persone e rivisto facce amiche, sofferto il caldo ed il freddo, pedalato in 3 stati diversi, ascoltato storie e raccontate, salutato centinaia di ciclisti sconosciuti, visitato luoghi e riscoperto che la lentezza non è una cosa negativa.
Il cicloturismo è, senza dubbio, uno stile di vita ed è bello avere la fortuna di poterlo praticare. La gioia che si prova nello scrivere un diario di viaggio è superata solo da quella che si ha nel rileggerlo a distanza di tempo. Grazie a Cits per essere un compagno di viaggio impeccabile sempre pronto a nuove sfide e per avermi iniziato a queste belle avventure in bicicletta. Alla prossima!

by Fabio

11 agosto 2017. “Maremma Maloja” – 4 passi per le Alpi tour

11 agosto 2017. “Maremma Maloja”

Tappa 6: Cinuos Chel (CH) (1650 m s.l.m.) – Chiavenna (SO) (325m s.l.m.). Distanza 80 km.

Contro ogni aspettativa, ci svegliamo vivi. Nel senso che la notte ha fatto talmente freddo che nei vari risvegli per brividi ho pensato che non avrei rivisto il mattino fino a nuovo disgelo. In una frizzante mattinata bella umida a 5°C, facciamo colazione ospiti di una famiglia allargata della Svizzera interna, dove la mamma è ligure e si vede che aveva una gran voglia di parlare italiano.

Ripartiamo e per la prima volta sono felice di iniziare in salita, almeno ci scaldiamo.

Il sole fa capolino fra le nubi e tutto diventa felice! La ciclabile prosegue nella bella valle dell’Inn fino a che dei lavori ci fanno deviare sull’argine del fiume. Nel senso che il fiume era proprio sotto, e noi con bici non adatte a terreno fangoso con erba bagnata abbiamo fatto fatica a stare in piedi. Infatti, guadagnato nuovamente l’asfalto, ci guardiamo dicendo entrambi: “bello l’Inn, ma col cavolo che lo rifarei!”. Scopriamo infatti che prima io, poi lui, siamo caduti in momenti diversi ma con la stessa modalità: ruota nella striscia che divide erba e terra e oplà! Rischio di finire nel fiume: altissimo.

Arriviamo a St. Moritz e inizia del buon controvento per tutto il Silvaplana, mentre vediamo che all’orizzonte nubi si addensano sul Maloja. Ciononostante i laghi sono bellissimi ed è veramente particolare vedere gente che fa windsurf con lo sfondo dei ghiacciai. Raggiungiamo il passo a 1850 m s.l.m. e il tempo fa schifo ma non piove ancora. Inizia subito dopo i primi tornanti che affrontiamo almeno all’asciutto (meno male). Ma la pioggia è proprio insistente ed è tutto in discesa, quindi: freddissimo e gocce in faccia come aghi. Andare piano allunga la sofferenza, andare troppo forte è doloroso. Con molto strazio arriviamo in Italia, la priorità è trovare un posto asciutto e caldo, dove mangiare e passare anche la notte.

Al primo tentativo ci volevano far mangiare all’aperto sotto il tendone con la pioggia (noi fradici), al secondo non ci hanno minimamente considerato, al terzo ci han fatto girare le ruote e finalmente, ormai a Chiavenna, troviamo un supermercato mentre ha smesso di piovere ed è pure tornato il sole.
Troviamo sistemazione all’unico ostello (Al deserto) e ci riposiamo direttamente per la cena, dove? Ai crotti ovviamente!
Ci rifocilliamo con i pizzoccheri chiavennaschi e la pioda, dopodiché veniamo raggiunti da Santino, un mio compagno ai tempi dell’università a Pavia. Passiamo la serata con gran chiacchiere su temi di metalmeccanica e memorie pavesi accompagnate da buone birre, ci volevano!

by Fabio

10 agosto 2017. “Attraverso tre nazioni, alla faccia delle barriere” – 4 passi per le Alpi tour

Tappa 5: San Valentino alla Muta (BZ) (1450 m s.l.m.) – Cinuos Chel (CH) (1650 m s.l.m.). Distanza 85 km.

Anche oggi sveglia alle 7, dopo una notte in cui la pioggia ha raffreddato il clima. Sbuchiamo dalla tenda per trovarci in un surreale scenario tipo “benvenuti a Twin Peaks”, con freddo, tutto umido, pini e un sole pallido che fatica a bucare la coltre di nebbia a banchi. Sbaracchiamo il campo. Colazione, subito, presto! Ma in Tirolo, fanno gli spocchiosi e il classico caffè del mattino al bar non esiste da nessuna parte, o perché i bar sono chiusi (macheccazz…) o perché gli alberghi non lo servono. Dominic, voce della verità, commenta con un categorico “they don’t like Italians, do they?”. Come dargli torto? Ci prendiamo anche un rimprovero da un indigeno perché avevamo appoggiato le bici al muro scalcinato del suo albergo. Vabbè!!!

Pedaliamo senza caffeina con molto disturbo finché, costeggiando il lago Resia, giungiamo al famoso campanile sommerso. In maniera molto lungimirante, quando hanno creato l’invaso artificialmente (eh sì, c’è una diga anche qui) non hanno abbattuto proprio tutto il villaggio di Curon. Tenendo in piedi il campanile hanno creato un punto turistico molto suggestivo a costo zero. Diceva un vecchio saggio (Cits): “avevano quasi fatto un bel lavoro … gli è avanzato il campanile!”.

Terminato il lago, affrontiamo il passo Resia a 1504 ms.l.m. senza effettivamente accorgercene date le pendenze molto dolci, fatto sta che improvvisamente inizia una discesina che si apre sulla vallata tirolese che porta verso l’Austria. La giornata soleggiata e il declivio ci permettono di godere appieno del bel paesaggio alpino dove le caprette fanno ciao. Al grido di “siamo migranti!!!!”, attraversiamo il confine con l’Austria in corsia preferenziale per bici e pure in discesa, tiè. Arriviamo a Nauders, e prendiamo le indicazioni per St. Moritz, dove una salitina ci porta ad attraversare un ulteriore spartiacque (passo Martina) che ci porta nel bacino del Danubio, e precisamente nella valle dell’Inn, ovvero Engadina. Una splendida discesa ci porta ad un’altra dogana, quella di Martina fra Svizzera e Austria.

Siamo nel cantone dei Grigioni e mi sento più a casa che in Sudtirolo. Abbiamo perso un bel po’ di quota e siamo ora a 1035 metri. Ora si costeggia l’Inn che scorre impetuoso e carico per via dello scioglimento delle nevi a volte fra dirupi, a volte in fitti boschi. Sosta cibo a Scuol, con il buon Dominic che ci offre dei caffè in quanto ora siamo nel suo Paese e noi siamo gli ospiti. Ripartiamo che si mette a piovere, ma con un discreto culo, riusciamo a pedalare sufficientemente veloci da lasciarci l’acqua alle spalle e ritrovare spiragli di sole. Con salite e discese arriviamo a Zernez, dove Dominic ci saluta per prendere il treno e ritornare a Basilea. Lasciato un cicloturista ne troviamo un altro, un tedesco che da Monaco di Baviera è diretto a Nizza. Come dice un vecchio saggio (Cits): “se pensi che tu stia facendo qualcosa di fuori dall’ordinario, c’è sempre qualcuno più pazzo di te”.

È ancora presto e abbiamo ancora le gambe per andare oltre, sappiamo ci sono dei campeggi sulla strada e non sarebbe male portarsi avanti. Rinforchiamo i velocipedi e lesti lesti andiamo avanti. Si mette a piovere con il vento sfavorevole e abbiamo già fatto almeno 2/3 km in salita che per la legge del risparmio energetico non è proprio il caso di sprecare tornando indietro. Bagnati e infreddoliti, arriviamo a Cinuos Chel in un campeggio molto basic sotto un’incessante pioggia. Almeno le docce sono calde.

Ad un orario tipicamente svizzero, le sette meno un quarto, andiamo a mangiare. Ma bisogna tornare al paesello, distante un kilometro. Chiediamo il passaggio ad una coppia di ticinesi di Montagnola, praticamente vicini di casa, che ci lasciano davanti al ristorante. Dentro ci sediamo al tavolo con un ragazzo di Bergamo che parlava in bergamasco con lo svizzerissimo titolare, bestemmie intercalanti incluse. Che strano quadretto. Mangiamo i tradizionali capuns (da provare nella vita) e delle ottime zuppe scalda ossa, mentre il titolare ci intratteneva mostrandoci la raccolta fotografica di sette anni di caccia con la famiglia in cui ha sterminato la fauna alpina.
Era estasiato da quei ricordi di caccia e dai bei momenti passati con la compagnia del testosterone finché, notando una foto di una bella spiaggia marittima, gli chiediamo di spiegarci. “Eh, questo è mio figlio che un giorno ha detto: papà basta con la caccia. Ma come non ti piace stare qui in baita in 18 maschi a fare le battute e cacciare i cervi? No, questo è il mio ultimo giorno, domani me ne vado. Poi la sera dopo mi manda questa foto dal mare, io penso abbia trovato una qualche donna o cose così. Secondo me ha solo cambiato tipo di caccia”.
Date una medaglia a quest’uomo.

by Fabio

 

9 agosto 2017. “La meta d’alta quota: lo Stelvio” – 4 passi per le Alpi tour

Tappa 4: Le Prese (SO) (920 m s.l.m.) – San Valentino alla Muta (BZ) (1450 m s.l.m.). Distanza 85 km.

Per la prima volta puntiamo la sveglia alle 7, non per altro, ma la tappa è lunga e abbiamo una salitina da 1800 m di dislivello. Ci congediamo con Ippolito con cui scambiamo sinceri sorrisi, con un po’ di amaro in bocca perché chissà quante altre cose avrebbe voluto raccontarci e che noi avremmo volentieri ascoltato. Dopo l’ennesima foto all’asta idrometrica di Le Prese (è un must, devo fare le foto alle stazioni di monitoraggio Arpa da mandare agli ex-colleghi, e per loro è un indovinello che riescono sempre a risolvere), pedaliamo subito per vincere uno scomodo dislivello.

Incontriamo Ippolito con il pick-up, che si è fermato per offrirci un passaggio almeno per portarci a Bormio dove inizia la salita vera e propria. Gentilmente decliniamo per ovvi motivi di testosterone, e lui apprezza il nostro slancio sportivo. D’altronde, come potevamo dire di sì dopo che ci ha raccontato tutte le sue imprese? Continuiamo e raggiungiamo il termine di questa primo strappo di buongiorno. Sulla nostra sinistra, illuminato dal sole, si apre il fianco della montagna squarciata dalla frana della Valpola del 1987, quella che ha fatto un sacco di disastri e provocato diversi morti. È incredibile come nei nostri ciclotour, Cits e io ci ritroviamo sempre fra fiumi, frane e impianti idroelettrici. Suggestiva e particolare è la vista dell’immensa area franata, illuminata da un raggio di sole e contornata dalla bruma che si alza dalle conifere intorno, immobile nel silenzio del mattino. Ci riprendiamo al passaggio di un camion.

Seguendo la bella ciclabile lungo l’Adda, pedaliamo fino a Bormio dove ne approfittiamo per drogarci di caffè. E poi via! Inizia la salita motivata da una gigantografia del profilo altimetrico della tappa dell’ultimo giro d’Italia passato proprio da qui. Il sorriso si ridimensiona alla vista del cartello “40° tornante, 1225 m s.l.m”. Ecco, sapendo che i tornanti si contano facendo la discesa e che il passo è a 2758 m di quota, diciamo che ci aspetta una bella fatica! Ma siamo qui per questo, d’altronde.

Saliamo discretamente bene e sono già passati 5km di salita, quando in una delle pausette che ovviamente ci concediamo, vediamo arrivare un ciclista in solitaria con le borse. La sorpresa di vedere finalmente un altro pazzo con ulteriori pesi ci fa felice e lo incitiamo. Ma lui si ferma, non aveva capito, infatti è svizzero e attacchiamo a parlare in inglese. Si chiama Dominic ed è di Basilea. Ci dice che si era accampato la notte un paio di curve più sotto, e che ha dormito sotto la tempesta con un ventaccio che gli piegava la tenda.

Riprendiamo a salire insieme e giungiamo, dopo una serie di gallerie, ai piedi del famoso versante sede di una spettacolare serpentina stradale con 14 tornanti consecutivi, che, casualmente, coincide anche con tratti di elevata pendenza. Teniamo duro e passiamo quota 2000 metri. Festeggiamo fermandoci in una baitina aperta dove ordiniamo delle birre per reintegrarci. “Really?” (davvero?). Chiede stupefatto Dominic. “Oh uncle! We’re more tourists than cyclists!” (oh zio! Siamo più turisti che ciclisti!).

Messe in chiaro le nostre intenzioni, riprendiamo la pedalata mentre il vento diventa insistente, portandosi con se del freddo sempre più rigido. Sarà stato per queste cose, piuttosto che per l’aria più rarefatta, o semplicemente perché per noi sono 35 km in salita con 1800 metri di dislivello, ma gli ultimi tornanti sono stati veramente veramente duri. Ma alla fine la gioia di arrivare in cima, su questa cima, è una cosa che mette da parte ogni disperazione. Siamo a 2758 metri di quota e siamo al Passo dello Stelvio! Ci siamo riusciti! Tutto intorno il circo che si addice ad un posto tanto preso di mira da ciclisti, motociclisti e, purtroppo, anche da automobilisti.

Un sacco di bancarelle e ristori, funivie che portano al ghiacciaio Livrio. Incontriamo la suocera di Manuela, che ci aveva detto di andare a trovarla, e così facciamo prendendo anche qualche doveroso ricordo. Con il magico sfondo dei ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale, praticamente alla nostra stessa quota, finalmente iniziamo la discesa! In una pazzesca serie di tornanti e pendenze più elevate di quelle del lato da cui siamo saliti, ci lanciamo a capofitto per 26 km perdendo quota fino ai 915 metri di Prato allo Stelvio. E siamo in Val Venosta.

La nostra meta è l’area campeggio verso il passo Resia, per cui dobbiamo, ahimè risalire fino a 1450 m. Ma non prima di aver visitato Glorenza (uno dei borghi più belli d’Italia, secondo le guide). Purtroppo, da questo momento, lo sfinimento per le energie usate mi ha messo in crisi nera per arrivare a destinazione. Con una parolaccia facevo solo 200 metri. Una media scandalosa. Con un’estrema lentezza, seguendo il corso turbolento dell’Adige, arriviamo a San Valentino alla Muta accolti dalla pioggia. Non proprio il meritato riposo, visto che dobbiamo sistemarci per la notte con la tenda in un campeggio dove il titolare non voleva farci nemmeno mettere perché pieno. Nonostante questo troviamo il nostro spazio e con Dominic andiamo a nutrirci in un ristorantino dove sia noi, che lui, ascoltavamo incuriositi il cameriere parlare con il tipico accento tirolese, ora in italiano, ora in tedesco.

Il tappone è fatto, da domani, nulla ci può impensierire!!

by fabio

8 agosto 2017. Laghi di Cancano e terme – 4 passi per le Alpi tour

8 agosto 2017. “Laghi di Cancano e terme”
Tappa di riposo.
Prima di intraprendere qualsiasi altra salita impegnativa (tipo lo Stelvio) abbiamo pensato fosse savio spezzare un attimo l’attività intensa con del relax. Per cui, su consiglio di Matteo, abbiamo imbarcato le bici sul bus a Le Prese e siamo sbarcati a quota di poco inferiore a 2000 m s.l.m. presso i laghi di Cancano e San Giacomo nella valle di Fraele. Questi laghi ad alta quota altro non sono che degli invasi artificiali in gestione A2A per produrre un sacco di energia idroelettrica in una centrale posta poco distante da Bormio. In questa cornice alpina caratterizzata da alte montagne con rocce scure e poca vegetazione, si estendono le superfici dei laghi con i loro colori glaciali e qualche conifera a fare da contorno.

Pedaliamo, in pianura, intorno ai laghi per un’oretta, dirigendoci verso lo sbocco della valle che strapiomba sul versante della Valdidentro in una emozionante serpentina di curve presidiata dalle antiche torri di Fraele, baluardo difensivo di Bormio posto in quel luogo allora difficilmente accessibile, che si ergono solide e sontuose.

Poco prima di arrivare a Bormio, facciamo una doppia dose di terme: prima le pozze pubbliche, che sono ricavate dalle stesse acque termali ma più a valle degli stabilimenti, e qui ci riposiamo una buona mezz’ora. Poi svoltiamo per prendere la statale dello Stelvio e fare un accenno della salita che domani ci aspetta impietosa, oggi solamente per 3 km fino ai Bagni Vecchi di Bormio, pagati con valuta corrente e discretamente onerosa, ‘tacci vostra. In questa lussuosa location ci immergiamo in tutte le cascatelle, piscine, saune, terme, pozze e docce possibili, nella speranza che le nostre (mie) povere gambe si riprendano di tono.

Terminato il trattamento, ci dirigiamo in Bormio downtown per una birra. Veniamo raggiunti da Manuela, una mia amica dei tempi dell’uniPavia per la quale sembra che il tempo non sia passato. Chiacchierando scopriamo che Manu ha fatto un corso di russo la cui insegnante è stata Francesca, quindi oltre alle 1000 medaglie, parla anche russo!! La cosa bella di andare in giro è che si ha spesso buone chance di rincontrare persone che hanno fatto parte dei nostri cammini, oltre ovviamente al fatto che se ne conoscono delle altre che magari conoscono delle altre che conoscono le stesse che qualcun altro conosce. Così si chiude il cerchio!

Chiacchierare è bello, ma distoglie l’attenzione e noi siamo in bici a 20 km da Le Prese con il buio che incombe e i ristoranti che chiudono. C’è un’unica soluzione: oggi facciamo una cronometro. In 35 minuti netti siamo al ristorante “Alpina”, che fa degli sciatt che non vi sto a spiegare, tant’è che per me e Cits, il paese di “Le Prese” è stato rinominato in “Le Cene”.

by Fabio

7 agosto 2017. “A salire il Mortirolo mi diverto un Monno” – 4 passi per le Alpi tour

Tappa 3: Capo di Ponte (BS) (360 m s.l.m.) – Le Prese (SO) (920 m s.l.m.). Distanza 60 km.

L’ottima pista ciclabile della Valcamonica ci tradisce, obbligandoci prima a fare del mountain biking nella selva, poi lasciandoci appiedati fra un guard rail e la ferrovia. Scavalcata la recinzione con le bici, ci buttiamo in strada principale e da lì proseguiamo.

Giungiamo a Malonno, da questo momento in avanti niente più pezzi in pianura fino al passo del Mortirolo. La salita vera e propria inizia dal bivio della SS42 del Tonale verso Monno (ecco spiegato il titolo). Nonostante le pendenze siano molto più abbordabili rispetto alla salita dal lato valtellinese, avendo le borse e un fisico non proprio da ciclista, l’ascesa non è comunque facile. Ma non ci importa. Stiamo per affrontare una delle salite cult del Giro d’Italia, che hanno elevato a gloria campioni come Pantani con cui noi condividiamo solamente la bandana e fra qualche anno magari la pelata.

Il paesaggio si tinge di alpeggi che cominciano a riempire i versanti delle montagne, si continua a salire tutto sommato bene nei tratti a pendenza 7%, mentre oltre, il caro rampichino, fuga ogni patema. Un falsopiano ci avvisa che siamo quasi giunti agli ultimi 3 km di salita, dove 11 tornanti consecutivi ci fanno arrampicare con pendenze superiori al 10% che tuttavia non ci impediscono di ammirare il bel paesaggio intorno. In questi frangenti immagino ali di folla che accompagnano i campioni nelle loro fughe solitarie e le immagini che alla televisione mi emozionavano quando il bel ciclismo tricolore riempiva i miei pomeriggi dopo scuola. Trionfalmente giungiamo in cima al passo e la salita termina a 1852 m s.l.m. Foto di rito e ritorno sui nostri passi per qualche centinaio di metri per giungere ad un bel ristorantino che avevamo visto salendo. Pizzoccheri E polenta e cervo per me, piode di Monno (piatto tipicissimo) e formaggi per Cits. Anche la pancia vuole la sua parte. Essendo la tappa discretamente corta e non avendo fretta, ci pennichelliamo per un po’. Riposati a sufficienza, ripassiamo per il passo la seconda volta in un giorno incredibilmente freschi e veloci, tant’è che sento altri ciclisti che, avendoci visti così aitanti e scappati di casa, commentavano con “quella è pedalata assistita”.

Nel secondo passaggio, notiamo due operai che lavorano alla nuova stele rappresentativa della sommità del passo, con grafica “Mortirolo” tutta nuova e fresca di montaggio. Una ghiotta occasione per una foto, con la fortuna di essere i primi ciclisti a farla. Per cui ogni volta che la vedrete, sappiate che io e Cits ci possiamo vantare di essere stati fra i primissimi.

Ma ora arriva il bello: finalmente discesa! Una spettacolare strada ci fa perdere circa 1200 m di quota fino a Grosio in Valtellina dove ci attende molto caldo e pochi km fino a destinazione. Cambiamo valle e ritroviamo l’Adda nella sua versione sopralacuale, con la pista sponsorizzata A2A che corre lungo le sponde.
Arriviamo a Le Prese. Per due notti saremo ospiti di Matteo e Francesca, amici di Lola che ha un networking invidiabile e ci ha aiutato a trovare una sistemazione valtellinese. In particolare dormiremo nell’appartamento temporaneamente lasciato libero di Francesca, tutto per noi.

Veniamo accolti da Francesca e i suoi genitori, Franca e Ippolito, che ci mettono subito a nostro agio con una bella tazza di tè, biscotti e delle simpatiche chiacchiere dalle quali emerge subito che siamo finiti in una famiglia di eccellenti sportivi e intraprendenti persone. Oltre ai 1000 trofei di Ippolito (ottant’anni portati benissimo e i bicipiti più grandi dei miei), ci sono da aggiungere almeno gli altrettanti di Francesca in anni di carriera divisa fra ginnastica artistica, atletica, podismo, sci e chissà cos’altro. Ippolito ci ha affascinato con le sue avvincenti storie raccontando della centralina idroelettrica che si è costruito per la baita (e io volevo sapere TUTTO) passando per la sua esperienza in Africa come agronomo, scherzando sulla sua fisioterapia post operatoria al ginocchio per cui si è guadagnato il titolo di “toro della Valtellina” e finendo per tutta la trafila che ha passato per diventare maestro di sci. Insomma, profonda ammirazione! Talmente atletico che ci ha accompagnato all’osteria “Alpina” per cena e al bancone abbiamo brindato a spuma, perché oltre al Braulio, non c’è niente!

by fabio

6 agosto 2017. “Ride the wild wind” – 4 passi per le Alpi tour

Tappa 2: Arcene (BG) (152 m s.l.m.) – Capo di Ponte (BS) (360 m s.l.m.). Distanza 100 km.

Con un perfetto umore, mix tra positiva energia e ispirato vigore, riprendiamo la mattinata facendo colazione con lo stesso mood della sera prima. Ma è tempo di andare e l’obbiettivo di oggi è fare tanti km possibilmente senza bagnarci. Infatti, dirigendoci verso est, pedaliamo con alle spalle un cielo plumbeo, mentre davanti, raggi che squarciano delle nuvole di offrono un barlume di speranza all’asciutto, nonostante le previsioni indichino un monsone in arrivo.

Ad un certo punto attraversiamo un largo fiume senz’acqua. Gli chiedo: “ma sei Serio?”. “Si”. Maledetta siccità! Per fortuna al nostro arrivo a Palazzolo sull’Oglio notiamo con sollievo che almeno l’Oglio col bene che ti voglio ha una discreta portata d’acqua di ragguaglio che butto in rima su ‘sto foglio da serraglio (yo, anzi, ‘gliò!). Il vento si rafforza e raffiche insistono. Nell’ansia di trovare un posto asciutto, ci imbarchiamo in uno stretto sentiero non protetto in fregio ad un canale discretamente profondo e con molta corrente, dall’altro lato una ripa scoscesa ci porta a pensare che forse non era un percorso ciclabile. La Madonna sa che non ce l’avevamo con lei in quel momento, però credo le abbiano fischiato i rosari. Ormai fuori pericolo, giungiamo a Capriolo proprio nel momento in cui il coniuge della Vergine decide di tirare l’acqua. Troviamo riparo nel classico bar da incrocio stradale dove Chun Li ci serve delle bille Moletti di metà mattina.

Siamo ormai in prossimità del Lago d’Iseo. Da Sarnico risaliamo in sponda occidentale tutto il Sebino in compagnia di un vento da tempesta che ovviamente spira in direzione opposta alla nostra. Almeno non piove, anzi, le acque mosse e i raggi di sole filtranti creano un gioco di incredibili tonalità di azzurro sulla superficie del lago. La discontinua pista ciclabile si ritaglia il suo spazio fra gallerie, versanti franosi, falesie impressionanti e grigliate di sudamericani.

Al termine del lago, siamo in Valcamonica, l’Oglio riprende a scorrere ora tortuoso ora placido. Il ben fatto percorso ciclopedonale ci permette di osservare bellissimi scorci dell’antico ponte di Cividate Camuno e del fiume che modifica il suo corso con pendenze più decise e gole che, ahinoi, la ciclabile deve assecondare. Ecco allora strappi in salita seguiti da discese e ancora salita e poi discesa. Arriviamo a Capo di Ponte in serata e ci rilassiamo in un B&B, domani iniziano le salite e non si scherza più

by Fabio

5 agosto 2017. “La partenza che scotta” – 4 passi per le Alpi tour

Diario di viaggio: 4 passi per le Alpi tour – agosto 2017

Link mappa:
https://goo.gl/maps/AqFEeqZEz3T2

5 agosto 2017. “La partenza che scotta”
Tappa 1: Milano (120 m s.l.m.) – Arcene (BG) (152 m s.l.m.). Distanza 50 km

In una Milano sciolta come un gelato, dove gli abitanti rimasti sono costretti a boccheggiare, pochi esseri viventi si azzardano a muovere muscoli che non siano involontari. Ma il clima impietoso non ci ha comunque fatto modificare la data della partenza per questo ciclo tour d’alta quota con dislivelli e distanze proibitive, l’ideale per due individui assolutamente non preparati fisicamente, a metà fra il ciclismo, il canottaggio e la tavola. Io (Fabio) e Massimo (detto Cits o Max) siamo i perfetti cicloturisti dell’improvvisazione atletica, dove lo spirito portate è quello del “non me ne frega niente, tanto ci arrivo con i miei tempi e il mio stile assolutamente fuori dai cliché”.

Una controllata alla checklist e i bagagli sono fatti, sorprendentemente leggeri! La minaccia delle salite in programma ha fatto il suo mestiere. Siamo pronti. E sotto l’influenza della positiva energia solare che abbonda e anzi è quasi troppa, lasciamo via Pacini di Milano per dirigerci verso il canale della Martesana.
Subito la prima sorpresa: scopro dove si trova piazza Sire Raul, ovvero il capolinea della 62. Grandi emozioni. Guadagnata la Martesana, percorriamo la ciclabile sorprendentemente vuota se non fosse stato per i frequentatori abituali: anziani in giro in bici con l’abbronzatissimo torso nudo, sudamericani occupati a fare immense grigliate e tante belle nutrie che sguazzano in acqua. Non so se le ultime due cose siano collegate, ma non penso di volerlo sapere.
Tutto fila liscio e veloce fino a Gorgonzola, dove ci fermiamo perché la pista è ingombrata da una bici di traverso e una signora stesa sopra. Un frontale tra ciclisti non deve essere simpatico, soprattutto se ci si fa male, e la signora incidentata sembra aver avuto la peggio. Essendo arrivati 30 secondi dopo il misfatto, siamo i primi a prestare soccorso, e mentre aspettiamo l’ambulanza, Cits sfodera le sue abilità di primo soccorso usufruendo del materiale sanitario portato per ogni evenienza. Un vero inizio col botto!

Non avendo fretta, l’oretta impiegata a fare volontariato non ci nuoce e con leggiadria percorriamo il canale che offre scorci su quello che era il suo glorioso passato fra mulini ad acqua, ville spettacolari, ponti storici e virtuosismi idraulici come solo si facevano una volta. In un battibaleno siamo a Trezzo sull’Adda. Ci prendiamo il nostro tempo per visitare la centrale idroelettrica Taccani (https://it.wikipedia.org/wiki/Centrale_idroelettrica_Taccani) e poco più in la il villaggio di Crespi d’Adda, patrimonio dell’Unesco (https://it.wikipedia.org/wiki/Crespi_d%27Adda), a testimonianza del ruolo strategico che il fiume Adda ha fornito per lo sviluppo dell’energia e dell’industria, allora vanto a livello internazionale.

Accompagnati dalla clamorosa afa padana, arriviamo al termine della nostra prima tappa ad Arcene, ospiti di Eleonora aka Lola, la sportiva più determinata che conosca (https://backtothetop.org/). Entrare a casa di Lola è un sollievo che nell’ultimo mese avevo percepito solamente all’Esselunga: l’aria condizionata. In questo confortevole clima, birra e piadine accompagnano una piacevole serata di chiacchiere, proprio quelle che scivolano via lisce e piacevoli come solo con gli amici si riesce a fare.

by Fabio

 

2013 bici austria slovenia

una selezione delle foto del viaggio:

https://www.gambaraalcoolica.it/pictures/index.php?/category/27

Mappa dell’itinerario: https://mapsengine.google.com/map/edit?mid=zgLcv6eaejRY.kZWSOQVPdJuY

Le tappe (giorno – partenza – arrivo):

1 fortezza – rasun
2a – rasun – san candido
2b – san candido – oberdrauburg
3 – oberdrauburg – dobriach
4 – dobriach – villach
5 – villach – kranjska gora
6a – kranjska gora – kobarid
6b – kobarid – tolmin
7 – tolmin – gorizia

antifurto bici – pubblicità comparativa

Pubblicità  confronto:

Questa quella proposta dal corriere Skylock

Questa quella che proponiamo noi: GabryG il primo allarme per bici multimediale. Se qualcuno si avvicina alla vostra bici, lei scatta, carica la testata taurina e colpisce. è previsto anche il dispositivo di testata intelligente che riconosce i falsi allarmi e ritorna indietro. Sistema ecologico, non inquinante, onnivoro.

E’ possibile programmarlo per insultare il rapinatore in 5 lingue: Italiano, Francese, Inglese, Spagnolo e Siciliano. Sono previsti anche degli upgrade per Brianzolo e Torinese.

(Ugo)

D: Come faccio a trasportare l’antifurto insieme alla bici?

R: La rivoluzione tecnologica insita nel prodottoin oggetto  sta proprio nella comodità di non dover trasportare il dispositivo GabryG77, intatti tramite un’applicazione il GG77 si fa trovare proprio lì dove serve….al palo più vicino. a differenza di Shylock che va ad energia solare il GG77 va a Mohito, risolvendo l’annoso problema della mancanza di sole in Lombardia. L’unico effetto collaterale è che dopo tre/quattro mohito il sistema operativo del GG77 si rallenta un po’, dopo 5/6 sfasa e si deve riavviare.

tanto si doveva
(Gabry)
D: Ho capito ma a mojito mi costi più del kriptonite!
R: La qualità ha un costo. Ricordo che per il GG77 è prevista anche la versione pre-persuasiva con 20 teste di cavallo annesse per far capire da subito allo zarro di quartiere che deve abbassare lo sguardo.